Costruiamo le Case della Comunità – il documento

Costruiamo le Case della Comunità – il documento

Questa pagina è il frutto della discussione nata dal confronto tra gli Enti del Terzo settore presenti il 6 e 7 dicembre 2023 presso la Casa del Volontariato.

 

Il documento

Il documento

Premessa

Siamo difronte ad un momento “topico” per lo sviluppo del welfare territoriale, è fuori di dubbio. Da una parte le evidenze ormai inconfutabili circa le debolezze del sistema sanitario, rafforzate dall’esperienza della pandemia; dall’altra una condizione particolarmente favorevole per tentare di affrontarle, quella di attuare una riforma in un contesto con la disponibilità di risorse economiche eccezionali.

In altre parole non solo un intervento sanitario, ma di benessere sociale tout court come esplicitato dalla WHO nella Dichiarazione di Shanghai 2016.

La chiave è il coinvolgimento di tutte le risorse del territorio, affinché ciò avvenga sono le “Case di comunità”.

Le Case di comunità saranno un’evoluzione di quelle della salute e nell’intento del PNRR (DM 71/2022) e delle nuove esigenze relative dimostrate dalla pandemia, la sfida è di approdare ad un approccio olistico ed integrato dei servizi sanitari per sgravare la rete ospedaliera e garantire un benessere a tutti i cittadini.

Inoltre una particolare attenzione va data anche a chi oggi, soprattutto in un periodo post pandemia, ha problemi importanti di povertà per cui non ha tempo né energie per avere “cura di sé” e fare prevenzione.

Alcune considerazioni generali emerse dal confronto tra le organizzazioni

  • Il Terzo settore spesso sostituisce lo Stato nell’erogazione di servizi ed è proprio per questo motivo che non si può partire con un percorso di costruzione di Case della comunità che tenga in considerazione le sue diverse anime e quindi anche il Volontariato.
  • È emersa la consapevolezza che il Volontariato in primis e, più in generale il Terzo settore, rappresenta quei soggetti della Comunità che, prima del pubblico, sono in grado di intercettare e leggeri i bisogni di un territorio in quanto ne sono parte integrante sia come cittadini che come gruppi organizzati.
  • La povertà non è solo economica, bensì anche educativa, relazionale, spirituale. Il vero problema è che la povertà (intesa su larga scala) è fonte di ricchezza per alcuni e solo un processo di cooperazione-condivisione-messa in rete di azioni calibrate può veramente raggiungere risultati.
  • Il Volontariato vorrebbe dare un grande aiuto nel riallineare il sistema verso un obiettivo più ampio, per far sì che le Case di comunità non diventino solo un luogo di cura e di assistenza sanitaria, ma quel posto di riferimento per i cittadini dove programmare tutti gli interventi di carattere sociale per realizzare quella auspicata integrazione socio-sanitaria che spesso è rimasta ad un livello teorico e promuovere il benessere individuale per creare quello collettivo, garantire quegli interventi basilari che favoriscono l’accessibilità, la mobilità e la diminuzione del carico familiare, umanizzare gli interventi sanitari con l’obiettivo di favorire l’inclusione, l’integrazione e le pari opportunità delle persone disabili, non autosufficienti e in generale vulnerabili.
  • Il Terzo settore non può essere autoreferenziale o concorrente, al suo interno, ma deve unire le forze con la consapevolezza che “da soli si va più veloci ma insieme si va più lontani”.
  • Alcuni partecipanti, forti della loro esperienza all’interno di strutture sanitarie, per lo più pubbliche, hanno testimoniato quanto sia difficile collegare questi “due mondi” per una certa riluttanza di chi si occupa di sanità a riconoscere, nella presa in carico di una persona, gli aspetti emotivi, sociali e relazionali che rappresentano una parte delicata del benessere individuale della stessa.
  • Esiste un grande timore, che anche le case di comunità possano diventare più che una risorsa del territorio, il classico strumento per attuare politiche clientelari finalizzate all’inserimento lavorativo senza prestare attenzione a cosa si offre e alla qualità della filiera di servizi che viene messa in campo.
  • Le case di comunità dovrebbero essere il luogo giusto dove operare per la difesa di quei diritti sociali e culturali delle persone disabili e in generale di tutti coloro che vivono condizioni di vulnerabilità, ma anche il luogo della semplificazione amministrativa e dell’abbattimento della burocrazia, che spesso impedisce alle persone non autosufficienti di poter accedere ai servizi più basilari. E soprattutto quel luogo dove poter finalmente affermare i LEPS, ossia quegli interventi nati per garantire migliore qualità della vita, pari opportunità, non discriminazione, prevenzione, eliminazione o riduzione delle condizioni di svantaggio e di vulnerabilità, che possono essere garantiti attraverso progetti individualizzati che integrano interventi sanitari, sociali e relazionali. E su questo il Volontariato può assumere un ruolo fondamentale proprio per la sua capacità di creare e operare in rete, di “fare con poco”, di contaminare alla prossimità e alla mutualità, di trovare quelle risorse, umane e non, per affermare il valore della solidarietà, di essere attento anche a quei bisogni che difficilmente emergono, di individuare stakeholders pubblici e privati.

Quali esigenze emerse dal confronto?

  • Le nascenti Case della Comunità si dovranno caratterizzare, nella parte sociale e di assistenza, sull’attenta lettura del bisogno locale che varia dai contesti cittadini a quelli più periferici e delle aree interne della nostra provincia evitando le standardizzazioni dei servizi sociali e socio assistenziali. Si tratta, quindi, di un nuovo processo sia culturale che politico da costruire nel rapporto tra ASL, Amministrazioni locali e Terzo settore; in tal senso gli strumenti della co-programmazione, ovvero l’individuazione dei bisogni, e della co-programmazione, ossia l’agire per rispendere ai bisogni rilevati, devono rappresentare la linea guida con la quale i soggetti pubblici e privati costruiscono insieme, le Case di Comunità anche in attuazione del principio di sussidiarietà di cui all’ultimo comma dell’art. 118 della Costituzione.
  • Le Case della Comunità dovranno rappresentare un “hub” di risposta al bisogno sociale della Comunità di riferimento nelle quali il Pubblico e il Terzo settore concorrono, insieme, a costruire benessere collettivo e innovazione sociale.
  • Creare una connessione tra il bisogno espresso e i servizi del territorio. Pensare a modelli di sperimentazione di Case della Comunità in base alle peculiarità del territorio intercettando bisogni opportunità criticità e valori, attraverso una rete sociale che sappia far emergere i bisogni, soprattutto quelli inespressi, senza limitarsi a fornire risposte agli stessi, ma costruendo interventi di supporto nei percorsi di vita.
  • Costruire un processo democratico e di garanzia: si ha contezza del fatto che le Case della Comunità saranno ovviamente medicalizzate, ma occorre un approccio di “ascolto non giudicante” e soprattutto privo di aspetti burocratici “pesanti” e con un accesso non formale onde evitare lo scoraggiamento di chi dovrebbe fruirne. Deve essere appunto un sistema di prossimità che accoglie senza pregiudizi. Ma le Case della Comunità sono anche luoghi privilegiati di progettazione di carattere sociale e di integrazione socio sanitaria: il punto di riferimento e di partecipazione per tutta la cittadinanza. Questo ruolo può essere svolto dal Volontariato poiché è fuori da logiche occupazionali e di appartenenza politica, essendo anche un garante della comunità, può riuscire a rappresentare i bisogni e le richieste che la collettività esprime e intervenire affinché gli stessi vengano soddisfatti.
  • Sportello psicologico, con la presa in carico non solo dell’utente che si approccia ma dell’intero nucleo familiare.
  • Qualità della fruizione ed approccio nei servizi: È importante e fondamentale garantire tempi certi circa le prestazioni, sia mediche che “sociali”. Bisogna accogliere con empatia sospendendo il giudizio come se si interagisse con nostri familiari. Il Volontariato è l’elemento più prossimo per l’ascolto delle persone, in particolare per le persone anziane non autosufficienti, le persone con disabilità, i minori e per tutte quelle a rischio di vulnerabilità. Al di là dei tipici interventi sanitari non si può mai prescindere dal sostegno e supporto dell’espressione e dello sviluppo della propria dimensione personale relazionale e interpersonale in tutto l’arco della propria vita.
  • Necessità di una comunicazione efficace.
  • Connessioni e rete del Terzo settore con le professionalità presenti, con attenzione anche alla costruzione di supporti abilitativi (costruzione di competenze), di accessibilità, di acquisizione di autonomia ed autodeterminazione per le persone con disabilità.
  • Vicinanza e prossimità: offrire una sanità vicino ai luoghi di vita delle persone (che va anche a casa nei casi più complessi) che sappia ascoltare e comprendere i problemi delle persone e ricollocarli e che sia parte integrante della comunità di appartenenza e che non è solo quella legata alle strutture ospedaliere (benessere diffuso).
  • Semplificazione: quello che il cittadino deve fare deve essere chiaro e comprensibile.
  • Accessibilità: un posto dove trovare ascolto e con orari compatibili con i ritmi della vita sociale e lavorativa.
  • La centralità dei luoghi: luoghi di cura / cura dei luoghi in un sistema complesso.
  • Riconoscibilità: i servizi offerti devono essere conosciuti, facilmente comprensibili e fruibili e deve essere chiara la loro utilità a risolvere i diversi problemi portati dalle persone.
  • Attivazione degli altri welfare (culturale, sportivo, ecc.).

 

Qual è il contributo che i Centri Servizi al Volontariato possono svolgere a supporto dello sviluppo delle Case della Comunità?

In concreto, all’interno di questo sistema i CSV possono svolgere diversi ruoli, tra cui:

  • Facilitare la conoscenza degli strumenti di amministrazione condivisa, anche attraverso la formazione dei quadri dirigenti locali, ma, soprattutto, per l’attuazione del percorso di costruzione della Case della Comunità a sostegno del Volontariato e del Terzo settore nella nostra provincia.
  • Il confronto ha evidenziato anche che esiste una grossa esigenza del mondo del Volontariato, sull’argomento specifico, di essere più documentato, informato e formato se vuole essere realmente una parte attiva del processo.
  • Elaborazione di un codice etico del servizio.
  • Mappatura dei servizi già presenti: comunicazione/promozione delle progettualità più significative attivate sui territori (anche attraverso una mappatura delle esperienze locali) con l’obiettivo di far emergere le buone prassi.
  • Supporto, sostegno e accompagnamento nei processi di co-progettazione e co-programmazione, anche attraverso la messa a disposizione di chiavi di lettura e di strumenti, individuando gli attori con cui collaborare e i temi emergenti da affrontare;
  • Valorizzazione di altre infrastrutture per l’attivazione dei diversi servizi (es. Casa del Volontariato).

Tavolo 1 - L’integrazione sociosanitaria nei servizi per la disabilità e la non autosufficienza e la riforma delle cure primarie e del servizio territoriale dopo la pandemia.

Immaginare le case di comunità come il luogo dove combinare le prestazioni sanitarie con le politiche di inclusione sociale mette in gioco la comunità e quindi il terzo settore. La sfida sta nel capire come vogliamo immaginare questa integrazione sociale all’interno di un presidio che si occupa principalmente di sanità. Alcuni partecipanti, forti della loro esperienza all’interno di strutture sanitarie, per lo più pubbliche, hanno testimoniato quanto sia difficile collegare questi “due mondi” per una certa riluttanza di chi si occupa di sanità a riconoscere, nella presa in carico di una persona, gli aspetti emotivi, sociali e relazionali che rappresentano una parte delicata del benessere individuale della stessa e che è l’area dove Intervengono principalmente gli enti del terzo settore. L’inizio del confronto ha messo in evidenza il grande timore, manifestato da qualcuno, che anche le case di comunità possano diventare più che una risorsa del territorio, il classico strumento per attuare politiche clientelari finalizzate all’inserimento lavorativo senza prestare attenzione a cosa si offre e alla qualità della filiera di servizi che viene messa in campo.

Le Case della Comunità vanno intese quale luogo in cui si risponde ad un concetto di salute più complessivo all’interno della comunità, specie per quanto riguarda le persone anziane, le persone con disabilità, i minori e le persone non autosufficienti facendo riferimento esplicito anche alla componente 1 della missione 6 con la componente 2 della missione 5 del PNRR inerente alla coesione ed inclusione sociale di varie fasce di persone fragili della comunità.

Il volontariato, inoltre, essendo fuori da logiche occupazionali e di appartenenza politica, dovrebbe svolgere un ruolo di garante della comunità sforzandosi di rappresentare i bisogni e le richieste che la stessa esprime e intervenire affinché gli stessi vengano soddisfatti.

Questo può essere possibile se si parte dall’asserzione che territori, anche contigui, possono manifestare necessità e bisogni diversi, considerando che ogni casa di comunità dovrebbe coprire un’area territoriale di circa 30.000 abitanti. Per cui il volontariato, che sicuramente è l’attore, tra quelli potenzialmente in gioco, più vicino alle persone, può essere quella parte capace di “interpretare” meglio questo lavoro di analisi, di osservazione e sorveglianza dei territori.

Pensare a modelli di sperimentazione di Case della Comunità in base alle peculiarità del territorio intercettando bisogni opportunità criticità e valori, attraverso una rete sociale che sappia fornire non solo risposte ai bisogni di salute ma costruire supporto nei percorsi di vita.

Quindi attenzione alla costruzione di supporti abilitativi (costruzione di competenze), di accessibilità, di acquisizione di autonomia Ed autodeterminazione per le persone con disabilità, e al sostegno e supporto dell’espressione e lo sviluppo della propria dimensione personale relazionale e interpersonale in tutto l’arco della propria vita.

Il confronto ha evidenziato anche che esiste una grossa esigenza del mondo del volontariato, sull’argomento specifico, di essere più documentato, informato e formato se vuole essere realmente una parte attiva del processo. Ritornando alla persona e nel suo essere al centro, il gruppo ha individuato nelle case di comunità il luogo giusto dove operare per la difesa di quei diritti sociali e culturali delle persone disabili e in generale di tuti coloro che vivono condizioni di vulnerabilità che ancora oggi, spesso, non vengono soddisfatti nonostante la presenza di normative che li tutelano. Ma anche il luogo della semplificazione amministrativa e dell’abbattimento della burocrazia, che spesso impedisce alle persone non autosufficienti di poter accedere ai servizi più basilari. E soprattutto il luogo dove poter finalmente affermare i LEPS, ossia quegli interventi nati per garantire migliore qualità della vita, pari opportunità, non discriminazione, prevenzione, eliminazione o riduzione delle condizioni di svantaggio e di vulnerabilità, che possono essere garantiti attraverso progetti individualizzati che integrano interventi sanitari, sociali e relazionali. E su questo il volontariato può assumere un ruolo fondamentale proprio per la sua capacità di creare e operare in rete, di “fare con poco”, di contaminare alla prossimità e alla mutualità, di trovare quelle risorse, umane e non, per affermare il valore della solidarietà, di essere attento anche a quei bisogni che difficilmente emergono, di individuare stakeholders pubblici e privati. Inoltre, il volontariato vorrebbe dare un grande aiuto nel riallineare il sistema verso un obiettivo più ampio, per far si che le Case di comunità non diventino solo un luogo di cura e di assistenza sanitaria, ma quel posto di riferimento per i cittadini dove programmare tutti gli interventi di carattere sociale per realizzare quella auspicata integrazione socio-sanitaria che spesso è rimasta ad un livello teorico e promuovere il benessere individuale per creare quello collettivo, garantire quegli interventi basilari che favoriscono l’accessibilità, la mobilità e la diminuzione del carico familiare, umanizzare gli interventi sanitari con l’obiettivo di favorire l’inclusione, l’integrazione e le pari opportunità delle persone disabili e non autosufficienti.

Tavolo 2 - Il contrasto alle povertà (materiale, relazionale, educativa, di salute, ecc.) dopo la riforma del reddito di cittadinanza

  • Si ha contezza del fatto che le case di comunità saranno ovviamente medicalizzate ma occorre un approccio di “ascolto non giudicante” e soprattutto privo di aspetti burocratici “pesanti” e con un accesso non formale onde evitare lo scoraggiamento di chi dovrebbe fruirne. Deve essere appunto un sistema di prossimità accogliendo senza pregiudizi
  • Oggi, soprattutto in un periodo post pandemia dove il covid ha fatto danni inenarrabili, chi ha problemi importanti finanche rispetto al cosiddetto “piatto a tavola” per cui provvedere non ha tempo né energie per avere “cura di sé” e fare prevenzione
  • La povertà non è solo economica, bensì anche educativa, relazionale, spirituale. Il vero problema è che la povertà (intesa su larga scala) è fonte di ricchezza per alcuni e solo un processo di cooperazione-condivisione-messa in rete può veramente raggiungere risultati. Dobbiamo smetterla di essere autoreferenziali e spesso “concorrenti” all’interno del terzo settore e unire le forze con la consapevolezza che “da soli si va più veloci ma insieme si va più lontani”
  • E’ importante e fondamentale anche avere dei tempi certi circa le prestazioni, sia mediche che “sociali”. Bisogna accogliere con empatia sospendendo il giudizio come se fossero nostri familiari. Bisogna essere caritatevoli, che è uno stile di vita a differenza dell’essere solidali che è un progetto
  • Il terzo settore spesso sostituisce lo stato nell’erogazione di servizi ed è proprio per questo motivo che non si può partire con un percorso di costruzione di case di comunità senza il coinvolgimento del volontariato.
  • Ci sarà bisogno sicuramente di uno sportello psicologico, con la presa in carico non solo dell’utente che si approccia ma dell’intero nucleo familiare
  • Il terzo settore deve entrare in maniera forte e fare rete con le professionalità presenti
  • Il volontariato è l’elemento più prossimo per l’ascolto delle persone
  • Ci vuole connessione tra il bisogno espresso e i servizi del territorio
  • C’è necessità anche di una comunicazione efficace soprattutto attraverso l’utilizzo dei social

IL CSV POTREBBE FARE:

  • Mappatura dei servizi già presenti
  • Formazione dei volontari
  • Elaborazione di un codice etico del servizio

Tavolo 3 - L’amministrazione condivisa tra pubblica amministrazione e Terzo settore, strumenti di innovazione sociale per costruire comunità

L’introduzione ai lavori ha visto la presentazione degli istituti dell’amministrazione condivisa, della co-programmazione e co-progettazione, previsti dal recente Codice del Terzo settore, al fine di condividere, tra i partecipanti, questi strumenti che possono rappresentare un metodo di lavoro interessante nella costruzione delle costituende Case della Comunità.

Dal dibattito che ne è scaturito, è emersa la consapevolezza che il volontariato in primis e, più in generale il terzo settore, rappresenta quei soggetti della Comunità che, prima del pubblico, sono in grado di intercettare e leggeri i bisogni di un territorio in quanto ne sono parte integrante sia come cittadini che come gruppi organizzati.

Infatti, le nascenti Case della Comunità si dovranno caratterizzare, nella parte sociale e di assistenza, sull’attenta lettura del bisogno locale che varia dai contesti cittadini a quelli più periferici e delle aree interne della nostra provincia evitando le standardizzazioni dei servizi sociali e socio assistenziali.

Si tratta, quindi, di un nuovo processo sia culturale che politico da costruire nel rapporto tra ASL, Amministrazioni locali e Terzo settore; in tal senso gli strumenti della co-programmazione, ovvero l’individuazione dei bisogni, e della co-programmazione, ossia l’agire per rispendere ai bisogni rilevati, devono rappresentare la linea guida con la quale i soggetti pubblici e privati costruiscono, insieme, le Case di Comunità anche in attuazione del principio di sussidiarietà di cui all’ultimo comma dell’art. 118 della Costituzione.

È emersa, infine, l’esigenza, da parte delle organizzazioni presenti, che sia proprio il Centro Servizi a svolgere un ruolo per facilitare la conoscenza degli strumenti di amministrazione condivisa, anche attraverso la formazione dei quadri dirigenti locali, ma, soprattutto, per l’attuazione del percorso di costruzione della Case di Comunità a sostegno del volontariato e del terzo settore nella nostra provincia.

In definitiva le Case di Comunità dovranno rappresentare un “hub” di risposta al bisogno sociale della Comunità di riferimento nelle quali il Pubblico e il Terzo settore concorrono, insieme, a costruire benessere collettivo e innovazione sociale.

L'ipotesi di lavoro

Premessa

Siamo difronte ad un momento “topico” per lo sviluppo del welfare territoriale, è fuori di dubbio. Da una parte le evidenze ormai inconfutabili circa le debolezze del sistema sanitario, rafforzate dall’esperienza della pandemia; dall’altra una condizione particolarmente favorevole per tentare di affrontarle, quella di attuare una riforma in un contesto con la disponibilità di risorse economiche eccezionali.

In particolare “La pandemia ha reso più evidente una domanda di fiducia, un’aspettativa di riferimenti chiari e meno burocratizzati, di sentirsi riconosciuti come persone e non solo come pazienti/utenti: si sente l’esigenza di un medico di famiglia sgravato da incombenze amministrative e formalità, che abbia in carico le persone e le famiglie, di farmacie di fiducia che possano informare e orientare le persone, di una telemedicina che possa diventare uno strumento realmente utile nel percorso di salute, di un’assistenza domiciliare non solo prestazionale ma attenta ad una prossimità relazionale, di supporto, di consulenza e capace di una maggiore attenzione ai bisogni delle persone fragili e delle loro famiglie”. (V. Ghetti, 2022)

In altre parole, non solo un intervento sanitario, ma di benessere sociale tout court come esplicitato dalla WHO nella Dichiarazione di Shanghai 2016.

La chiave è il coinvolgimento di tutte le risorse del territorio, affinché le Case siano davvero intese come “Case di comunità”.

I dati, già oggi, dimostrano che dove c’è una Casa della salute con tale approccio si riducono del 16,1% gli accessi al Pronto soccorso per cause che non richiedono un intervento urgente, percentuale che sfiora il 25,7% quando il medico di medicina generale opera al suo interno (Dati Regione Emilia Romagna).

Questi dati sono estrapolati dal report delle 126 Case della salute dell’Emilia Romagna. Luoghi di prossimità dove si concentrano professionisti e servizi e dove l’assistenza viene condotta attraverso l’azione congiunta dei medici di famiglia, dei pediatri, dei medici specialisti, degli infermieri, degli assistenti sociali, delle ostetriche, degli operatori socio-assistenziali, del personale allo sportello, delle associazioni di pazienti e di volontariato e dei Centri di Servizio per il Volontariato (CSV).

Le Case di comunità saranno un’evoluzione di quelle della salute e nell’intento del PNRR (DM 71) e delle nuove esigenze relative dimostrate dalla pandemia, la sfida è di approdare ad un approccio olistico ed integrato dei servizi sanitari per sgravare la rete ospedaliere e garantire un benessere a tutti i cittadini.

Alcuni riferimenti ed esperienze nazionale ed internazionali di rete:

  • Dipartimento di Biosistemi e Materia Soffice, Istituto di Ricerca Tecnologica Fondamentale, Accademia Polacca delle Scienze, Varsavia, 02-106, Polonia;
  • Istituto di Cristallografia CNR-IC, Consiglio Nazionale delle Ricerche, Monterotondo – Roma, Italia;
  • Mossakowski Medical Research Institute, Accademia Polacca delle Scienze;
  • Innovation Center for Textile Science and Technology, Donghua University, Shanghai;
  • Dipartimento di Scienze Medico-Chirurgiche e Biotecnologie – Centro di Ricerca per la Biofotonica, Sapienza Università di Roma, Latina, Italia;
  • CNR-Lab. Licryl, Istituto NANOTEC, Arcavacata di Rende, Italia;
  • PRIMA LA COMUNITA progetto è elaborato a cura della Associazione “Prima la Comunità” con la collaborazione di:
    • CERGAS-SDA Università Bocconi di Milano – Laboratorio Management e Sanità, Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa
    • Ricercatori della Università di Torino – Prospettive ricerca socioeconomica SAS
  • Patto di intento CSV Monza Lecco Sondrio nelle province di Monza e Brianza dove viene prodotto e presentato in ATS e ASST il documento “CASE DELLA COMUNITA’ una proposta per il territorio dei Distretti di MONZA E BRIANZA”.

Data la premessa si è provato ad individuare:

 

Quali esigenze?

  • La connessione tra salute e diseguaglianze sociali: i problemi di accesso alle cure, il gap culturale ed economico, il divario digitale;
  • La salute come benessere: il tema della promozione della salute e della prevenzione, con particolare riferimento agli stili di vita sani e consapevoli e alla sostenibilità, ambientale e sociale;
  • La cura come processo complesso che richiede integrazioni tra dimensioni e livelli differenti;
  • La centralità dei luoghi: luoghi di cura / cura dei luoghi in un sistema complesso;
  • Le pratiche dal basso (reti sociali a bassa formalizzazione) e le pratiche inter-istituzionali (ad esempio l’intreccio tra riorganizzazione della Sanità e programmazione sociale territoriale);
  • Necessarie connessioni con il core sanitario (tutto ciò che ha che fare con il trattamento delle malattie, con l’integrazione delle funzioni sanitarie in chiave di sussidiarietà) e le connessioni con le pratiche sociali che si occupano di cura e benessere.
  • Dialogo tra il lavoro interprofessionale e multidisciplinare con la comunità e gli utenti;
  • Risorse pubbliche aggregate e ricomposte in funzione dei bisogni della comunità, attraverso lo strumento del budget di comunità;
  • Integrazione delle risorse organizzative e informali/di solidarietà con le risorse formali delle Istituzioni;
  • Ricomposizione del quadro dei bisogni locali sommando sistemi informativi istituzionali e informazioni provenienti dalle antenne e dalle reti sociali.

 

Qual è il contributo che i Centri Servizi per il Volontariato possono svolgere a supporto dello sviluppo delle Case di Comunità?

  • Uscire dal rischio di una logica solo edilizia o solo amministrativa, ma verso una risorsa reale per lo sviluppo del welfare locale;
  • Vicinanza e prossimità: una sanità vicino ai luoghi di vita delle persone (che va anche a casa nei casi più complessi) che sa ascoltare e comprendere i problemi delle persone e ricollocarli e che sia parte integrante della comunità di appartenenza e che non è solo quella legata alle strutture ospedalieri (benessere diffuso);
  • Semplificazione: quello che il cittadino deve fare deve essere chiaro e comprensibile;
  • Accessibilità: un posto dove trovare sempre qualcuno in ascolto e con orari compatibili con i ritmi della vita sociale e lavorativa;
  • Riconoscibilità: i servizi offerti devono essere conosciuti, facilmente comprensibili e deve essere chiaro come sono utili a risolvere i diversi problemi portati dalle persone
  • Attivazione di diversi welfare (culturale, sportivo, ecc.).

In concreto, all’interno di questo sistema i CSV possono svolgere diversi ruoli, tra cui:

  • formazione/accompagnamento del volontariato nel processo;
  • comunicazione/promozione delle progettualità più significative attivate sui territori (anche attraverso una mappatura delle esperienze locali) con l’obiettivo di far emergere le buone prassi;
  • supporto, sostegno e accompagnamento in processi di co-progettazione e co-programmazione, anche attraverso la messa a disposizione di chiavi di lettura e di strumenti, definizione degli attori con cui collaborare e dei temi emergenti da affrontare;
  • messa a disposizione di luoghi di attivazione di diversi servizi (es. Casa del Volontariato);
  • attivazione di diversi welfare e dei percorsi di semplificazione, accessibilità, riconoscibilità e vicinanza/prossimità.

I Video dell'incontro

Video del 7 dicembre

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